Benvenuti in mare aperto

Or bene perché un blog?

Perché è tempo di continuare il viaggio fuori dalle mura del popolare social, di navigare in mare aperto, seguendo l’esempio di Corto Maltese.

Tranquilli, sempre di biciclette e ciclismo, ma non solo, si parlerà.

É tempo di dare maggiore respiro alle mie storie ciclistiche, cosa che un post sul popolare social non consente.

Mi sono reso conto di essere “lungo” nel raccontare, cosa che è mal vista dai naviganti del social: troppo tempo per leggere le mie cronache.

Al tempo stesso, però, i racconti generano sempre interesse e allora è giunto il momento di uscire da quel palazzo e provare a creare una mia “officina letteraria”, dove montare brani di storia, polvere, sudore e tanta passione.

Cosa troverete qui?

In primis le mie storie e cronache delle ciclostoriche, quelle non mancheranno mai.

Poi… racconti e commenti ciclistici, ad ampio raggio.

Ho un paio di sogni nella borraccia della bicicletta e questo blog è il primo passo per dare sostanza a quei sogni.

I prossimi mesi saranno di sviluppo, sia del blog che di altri progetti, a tempo debito ve li presenterò.

Per adesso fate attenzione alla barba del ciclista, e ai suoi occhi, oltre la barba.

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Partecipazione al Bicicletterario

Bene, ho appena inviato il mio racconto per il Concorso Letterario.

Se ne riparla a Giugno.

Ero un po’ titubante se partecipare quest’anno, poi avevo un racconto pronto e mi sono detto che era il momento che anche lui, come un figlio, pedalasse un po’ da sé.

Al momento non posso aggiungere altro, né sui personaggi né sull’ambientazione temporale. Posso dire però che mi sono divertito a scriverlo, mettendo insieme la mia passione per la Storia ciclistica e qualche trama di Letteratura.

Vediamo quanto a lungo riuscirà a pedalare, frutto anche di questo blog, officina ciclistica di parole ed emozioni.

 

So long Etrusca

La notizia diffusa ieri che l’Etrusca cessi di esistere ha lasciato molta tristezza. Era una corsa ben organizzata, i percorsi e paesaggi molto interessanti ed evocativi. L’avevo già inserita nel mio calendario 2018 e attendevo solo di sapere la data per iscrivermi.
Purtroppo non sarà possibile, posso solo ricordare questa bella corsa con il resoconto dell’esperienza del 2017. So Long.

Etrusca 19.03.17
Bolgheri (Li)
L’Etrusca rientra nella mia scoperta di nuove corse, come l’Artica di Gennaio. Sono passati due mesi eppure sembra una vita fa. Al gelo si è sostituita la Primavera e l’abbigliamento è decisamente più leggero e meno ingombrante. Due Miti da affrontare, Bolgheri e Volterra, uno letterario e uno storico-ciclistico. La mia sfida, oltre a completare il percorso Lungo per cominciare ad assimilare queste distanze, è arrivare in Piazza dei Priori, salotto buono di Volterra, con la Rossin. Mi aspetto vento dalle Saline, ma anche i tratti in salita precedenti non sono da sottovalutare.
Costa degli Etruschi, quella parte di Maremma non lontana dalla balneare, ed estiva, Follonica. Costa degli Etruschi, altra parte della Toscana così vicina al ciclismo. Il modello però non è tanto quello della gara dei Pro o di Bettini, quanto l’Eroica, in particolare quella di Primavera, spostata verso il mare.
Trasferta all’alba, in altre occasioni avrei pernottato in zona, stavolta ho voluto provare il trasferimento direttamente la mattina stessa, l’orario di partenza lo consente. Lascio scorrere i ricordi durante il viaggio, cerco nella memoria i primi versi della poesia di Giosué Carducci (Davanti a san Guido):

I cipressi che a Bòlgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardar
[…]

É vero, quando arrivo in macchina al Viale dei Cipressi, partendo da San Guido, non posso non rimanere affascinato da questi alberi secolari, ed i 5 km che servono per arrivare a Bolgheri mi danno il tempo di calarmi mentalmente nella nuova avventura.
All’ingresso del borgo le facce note dei Medicei ad accogliermi. Parcheggiato e recuperato il pacco gara è tempo di portarsi alla partenza. Bolgheri è un piccolo gioiello turistico e l’invasione degli eroici è una festa nella festa. In partenza mi aggrego ai Leoni, che però perdo presto, complice anche il primo tratto in salita sterrato che fa subito selezione. Mi trovo col mio compagno di questi momenti, Alessandro della Medicea. Quando torniamo in pianura lui si ferma ad aspettare gli altri Medicei, tutti interessati a fare il percorso Medio. Per me, che ho intenzione di fare il Lungo, segue la regola del Pieraccioni, via del proprio passo e brevi stop ai ristori. L’obbiettivo è la salita di Volterra, ma prima di arrivare a Saline, da dove comincia l’ascesa, c’è ancora molta strada e altre due salite. La prima si presenta dopo poco, ed è quella verso Casale Marittimo venendo da Bibbona. Strada impegnativa, con tratti anche a doppia cifra. Le gambe girano, ma la fatica è tanta. In pochi km già due arrampicate. Proseguo, tirandomi su i manicotti e rispolverando il foglio di giornale. La temperatura è mite, ma il vento è fresco. Fondo valle, tratto in asfalto, poi deviazione a sinistra e riprendo a salire. Stavolta però su sterrato e con rampe tutte in doppia cifra. Qui non resta che la tecnica del zig zag. Mi torna in mente l’Arrendevole della Medicea per durezza. Querceto è lì, sembra di toccarlo, ad invece c’è ancora un po’ di strada da fare girandogli intorno. Finalmente l’ultima curva e poi la spianata al limitare del bosco. Anche qui breve ristoro, giusto il tempo di veder passare qualche chianino (anche loro proiettati sul Medio) e riparto. Uscita dal borghetto e m’infilo nella discesa del bosco, scortato da auto d’epoca, non molto profumate. Finalmente libero da impedimenti riesco a scendere bene. Lunga discesa fino al bivio tra Medio e Lungo. Saluto idealmente gli altri e mi porto a destra. Tratto di raccordo fino a Ponteginori e da lì il lungo tratto pianeggiante fino a Saline. Sono 10km in cui faccio girare le gambe. Non è il momento di spingere, per quello ci saranno gli 8km successivi per arrivare a Volterra. I due che avevo passato in discesa se ne vanno, tirandosi il collo l’un l’altro, mentre io vado del mio passo. Alle porte di Saline trovo un eroico su Legnano intento a riparare una camera d’aria dopo la foratura. Arrivo a Saline e mi preparo. Lorenzo mi aveva avvertito, attento al vento. Vento e salita, un mix che può mettere in croce. Trovo il mio ritmo, alternando il 26 al 28 e affronto questo tratto con l’icona di Volterra negli occhi. Vento. Ascesa a Volterra. Sfido gli dei, ma Zeus non è disponibile. Mi tocca Eolo, un po’ contrariato. Lentamente, ma lentamente, Volterra si avvicina. Mi passano un paio di ragazzi della Brigata Prenestre. Poi mi passa un altro ragazzo della Brigata e dopo poco una ragazza, sempre di quel gruppo. Non faccio una piega. Continuo del mio ritmo, evito di ingarellarmi, basta poco con questi rapporti per andare in crisi. Ai tornanti, là dove possibile, giro largo. La strada è in mezzo a distese verdi ed ondulate quasi un indefinito tappeto. Tengo il mio passo ed intanto qualcuno sta cominciando a rimbalzare all’indietro. L’ultimo ragazzo della Brigata si è fermato per crampi, mentre la ragazza è sempre più vicina. Ormai siamo sotto le mura. Al bivio la recupero e me ne vado, fino all’ultima curva che immette nella passeggiata con vista. Arrivo in Piazza che sono le 12,25.
Ampio e sostanzioso ristoro in Piazza dei Priori. Poi ripartenza (dopo aver salutato Sergio dell’UC Piombino, reduce della Leonessa 2015). Adesso si può solo scendere, ci sarà al massimo da circumnavigare il colle di Volterra e tornare a Saline, penso. Discesa dal versante che di solito faccio in salita d’estate, e quindi la malefica freccia gialla che indica la deviazione a sinistra. Addio speranze di fare un rientro agevole. Lunga discesa con brecciolino, le mani sono messe a dura prova. Gli strappi successivi mi impiantano definitivamente. Gli altri con cui avevo cominciato la discesa sono già lontani.

Sono rimasto solo e non troppo lucido, la scalata a Volterra ha consumato molte energie.

“M’avete lasciato solo!” soffia il ciclista.
“T’avevi a venire!” replicano i Diavoli Rossi grancorsini battagliando con i francesi sul Turchino!.. il Turchino!.. la SanRemo!
“Stai calmo!” giunge l’eco di MB con la valigia in mano, pronto per la trasferta piemontese e le sue storie da raccontare, magari cercando Paolo Conte.

É il momento più difficile, non posso abdicare alla lucidità.

No, non mi rassegno, mi ritrovo insieme a Battista, il servitore di Achille Campanile, che ancora sta girando per il Giro del ’32.
No, non sono solo, anche quando sono solo. Così, lentamente, pedalata dopo pedalata, ritrovo un mio ritmo in salita e in discesa cerco la traiettoria meno sporca possibile. Non ho avuto modo di gustarmi gli scenari che si presentavano, troppo preso dalla strada, mi rifarò più avanti. Il ritorno su asfalto è la solita benedizione. La crisi sembra alle spalle anche se ancora non riesco a spingere come vorrei. Lungo tratto pianeggiante poi una discesa fino ad arrivare a Saline. Sono quasi senz’acqua e mi fermo a fare rifornimento in un bar. Quanto avrei voluto salutare la commessa con un “Paga Torriani!”. Recuperato un po’ riprendo verso Ponteginori dove c’è al deviazione. Poco prima sono stato ripreso da un gruppo di attempati ciclisti locali, dei veri e propri cagnacci. Con loro anche quell’eroico su Legnano che avevo salutato prima dell’ascesa a Volterra. Il gruppetto è ben assortito, ma non mi fido troppo. Sullo strappo che porta al bivio tra Medio e Lungo (c’è da fare adesso il resto del percorso Medio), allungo leggermente, e così in discesa, poi a deviazione a destra e si entra in un settore della Roubaix. Un pezzo di sterrato di qualche km che ci vede in fila indiana, con una motrice dalla maglia rossa. La selezione si fa da dietro, lentamente qualche vagone si stacca. A metà anch’io mollo, c’è troppa strada da fare ancora e serve lucidità per evitare buche e trabocchetti a quella velocità. Qualche metro dopo, anche il Legnano si stacca. Uniremo le forze per la seconda parte di questo settore finchè, del nostro passo, non rientreremo sui cagnacci al momento del passaggio su strada asfaltata. Breve tratto pianeggiante poi la strada comincia a salire in direzione di Casale Marittimo. L’idea di esser vicini alla conclusione è solo un miraggio. La strada s’inerpica e torna presto di moda lo zig zag, finché, allo scollinamento, deviazione a sinistra e riparte la rumba dello sterrato, con strappi e discese da Fiandre. Nuovamente le mani al limite. In qualche modo arriviamo a Bibbona, dove con Leone facciamo rifornimento d’acqua. I cagnacci hanno sbagliato strada, e sono senz’acqua. Quindi quando ci rincrociamo nuovamente sbuffano e sgrugnano. Li lasciamo andare e affrontiamo gli ultimi strappi. Agganciamo nuovamente quello della Brigata, ancora alle prese con i crampi. Poi l’ultimo strappo ed ecco il Viale dei Cipressi. L’arrivo a Bolgheri non è proprio una liberazione, ma si avvicina. É tempo di mettersi a sedere e mangiare, di fare festa con gli altri eroici e salutare Leone prima di riprendere la strada verso casa. Benedizione da parte dei Medicei e sono on the road.

Estate 1994. Tour du Lac

Le recenti notizie sui lavori della pista ciclabile intorno al Lago di Garda mi hanno smosso ricordi lontani, ma mai sopiti.
Estate 1994. Una torrida estate, come tante altre, ma stavolta accompagnata dalla bicicletta da corsa. La mia prima bici da corsa, una bellissima Bianchi in acciaio, color celeste, con pedali a gabbietta, ma cambio alle leve dei freni.
Ero arrivato sul Lago (Agosto) reduce dal frontale con una macchina (Luglio) in cui avevo rischiato di rompermi una gamba ma che, alla fine, mi era costato “solo” un cerchio nuovo e, soprattutto, il telaio piegato.
Le mani esperte del mio meccanico erano riuscite nel miracolo, a limitare i danni e renderlo ancora pedalabile, ed era stato possibile riassemblare la bici in tempo per portarla in vacanza.
Dopo qualche giorno mi raggiunsero il fido Max, mio sodale ciclistico, e Luigi, con la sua city bike ribattezzata per l’occasione Spigona.
Facemmo alcuni giri di prova insieme prima di dedicarci alla vera impresa di quell’estate, il giro dell’intero Lago.
Partimmo alle 8 di un giorno di lavoro, sperando, soprattutto nelle prime ore, di evitare il traffico dei vacanzieri che da sempre afflige in quel periodo dell’anno la statale. Discesa rapida e siamo sul Lago. Comincia la risalita verso Riva del Garda, sponda veneta. Superata la sua meta il trio si trova di fronte alla vera difficoltà di questo viaggio, ovvero le gallerie della sponda bresciana.
Proprio a Limone, dove attualmente stanno lavorando per la ciclabile, Luigi decise di continuare sulla statale, non avendo, a suo dire, la condizione per salire in quota, cosa che io e Max avremmo fatto non fidandoci della scarsa illuminazione in galleria.

Così, mentre il ciclista su Spigona si avventurava nelle gallerie, trovando l’aiuto dei fari di un turista straniero che lo accompagnò per un lungo tratto, noi due cominciammo la scalata. Ricordo che all’epoca il mio rapporto anteriore era ancora il 39, mentre dietro dovrei aver avuto al massimo un 26.

Non avevo certo le gambe di oggi e ricordo quell’ascesa come uno dei massimi sforzi fatti in assoluto in bicicletta. In pochi km, infatti, ci portammo dal livello del Lago a oltre 1500 metri di quota.

Ma non era finita.

Una volta raggiunta la sommità dovevamo continuare in alto, mantenendo il Lago sulla sinistra fino a trovare il bivio che ci avrebbe condotto a Toscolano Maderno, paese al termine delle gallerie. Era proprio in questo frangente che il cielo cominciò a rannuvolarsi e ad alzarsi un vento sempre più forte. Resistemmo fino alla prima pensilina di autobus che trovammo, poi fummo costretti a fermarci. Il vento divenne così forte e le nubi così nere che non si vedeva più il Lago. Eravamo finiti nel mezzo ad una tempesta, ben più di un semplice temporale estivo. Fradici e stupiti attendemmo che la burrasca terminasse e poi riprendemmo la nostra strada. Fiumi per le strade, con sassi e fogliame ad intralciare il percorso. Dopo qualche ora riuscimmo a tornare al livello del Lago e fare quell’ultima galleria che comunque ci toccava. Con Max avevamo studiato il percorso fin dall’anno prima, ma non avevamo le idee ben chiare su quello che ci avrebbe aspettato.

Ritrovato il nostro amico a Maderno, rapido pranzo a base di frutta e poi il lungo tratto verso Sirmione, passaggio a sud del Tour du Lac. Da Salò, sponda bresciana, la strada torna ampia e pianeggiante, molto diversa da quella che avevamo lasciato da poco.
Ricordo quelle ore come infinite. Cominciarono a venir fuori tutti i dolori possibili, non avendo ancora l’abitudine a quel tipo di distanza. Ricordo Desenzano, Sirmione, Lazise, Bardolino, Garda, fino a Torri, l’inizio dell’ascesa finale. Luigi a quel punto puntò direttamente alla salita, mentre io e Max ci buttammo su un aiuola e restammo lì per diversi minuti, ormai esausti. Erano quasi le 20, eravamo stati in sella quasi 12 ore. Alle 19.45 il sole stava cominciando a tramontare. Rimontammo in sella e cominciammo a salire. Quei 4 km li conoscevo bene, così Max, che li aveva fatti con me l’anno prima, ma mai come quella volta mi sembrarono infiniti. Arrivammo in cima che le campane della chiesa stavano suonando i rintocchi dell’ora, il sole stava tramontando dell’altra parte del Lago, lasciando un tramonto rosso dipinto sulle rare nuvole presenti. La preoccupazione di chi ci aveva atteso per tutta la giornata si sciolse in un sorriso e a tavola raccontammo la nostra avventura. Ancora adesso, a distanza di oltre 20 anni, quando incontro Luigi ci ricordiamo con uno sguardo di quel nostro viaggio, e con Max c’è da tempo l’idea di rifare l’impresa.

Si, le notizie che giungono da Limone sono molto interessanti.

Firenze – Modena 1940, tra mito e realtà. (part 4)

Altra penna, come stiamo vedendo, quella di Orio Vergani (anch’egli coppiano, ma più misurato), corrispondente al Giro per il Corriere della Sera. Meno iperbolica rispetto a quella del collega, più concisa e diretta, ma altrettanto evocativa: “Noi potevamo ‘tallonare’ i corridori, spiare la loro fatica, i loro spasimi, le loro crisi. Eravamo veramente i testimoni del loro dannato mestiere; li vedevamo lagrimare per la stanchezza, vedevamo minuto per minuto la vicenda crudele dei loro crampi, della loro fame, dei loro dolori di ventre e persino, bisogna dirlo, delle loro dissenterie. Fatica da galeotti, spasimi da fachiri; uno spettacolo talvolta crudele, orrendo, nauseante, da riferire sotto il mantello di porpora della retorica. Il cielo era grigio, le valli e i colli nascosti dalla nuvolaglia; il verde della campagna s’era fatto lugubremente bigio. La gente ai bordi della strada apriva già grossi ombrelloni di tela cerata verde. Cadevano le prime gocce di pioggia, diventate subito dopo fittissime e scroscianti, a tambureggiare sui teloni delle ‘capotes’ delle nostre macchine. Le pendici del monte già ruscellavano di improvvisi rigagnoli. Le nuvole si sfilacciavano fra gli abeti. Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi.1

Ecco la nascita del Campionissimo per antonomasia. Ecco le pedalate epiche che ne apriranno la strada al mito. E parlando di Epica, di eroi giovani e forti, tutti novelli Achille alle mura di Troia, ancora Brera: “E’ ancora solo Fausto: gli canta dentro la voce misteriosa: le gambe sono falconi miracolosi: il fiato è libero e lungo… Vero che ha gli occhi un po’ incrociatelli, ma Pavesi non sa. «Compensa, compensa la pedalata» gli grida per farsi sentire vicino. «Allez, Tegole, che sei un piccolo Dio.» Arriva tutto solo a Modena e la gente si guarda stupita. «Bravo», gli grida Bartali con voce sorda (sono tutti imbarazzati con lui: è avvenuto qualcosa di troppo grosso sull’Abetone, che è sempre stata la sua montagna). E Pavesi: «Bravo, bravissimo: però non dimenticare che Bartali è il tuo capitano.»”2

Si Bartali, il “vecchio” Ettore, è ancora il capitano e questo è bene che il giovane Fausto/Achille non se lo scordi durante tutto questo Giro. Del resto lo stesso Bartali nel Dvd che la Gazzetta gli ha dedicato nel 2005, recuperando una intervista televisiva con Gianni Minà, afferma: “ […] Se non c’ero io a portarlo lui era facile a demoralizzarsi…3

La domanda che a questo punto un appassionato, e che lo stesso Vergani si pone, è: “Bartali avrebbe potuto raggiungere Coppi? Si può crederlo perché, al termine della successiva salita che porta alla torre di Barigazzo (m.1221), Bartali aveva a sua volta superato quelli che prima lo precedevano e veniva con Didier, immediatamente alle spalle di Cecchi, superato da Coppi da un distacco di oltre due minuti. Mollo, Cottur, Canavesi e compagni erano indietro e Bartali appariva sempre più in vena come non gli accadeva da vari giorni. E’ probabile che il pensiero di non costituire un punto d’appoggio fra Coppi e gli inseguitori l’abbia trattenuto dal pigiare a fondo per non riportare i più diretti interessati a ridosso del fuggiasco solitario. Appena, infatti, alle sue spalle il gruppo dei primi ha stretto di nuovo il suo nodo, egli ha rallentato e non ha dato nemmeno una pedalata di più del necessario per rimanere con loro.”4

La ricerca dell’epicità fa accostare Coppi a Binda, all’epoca sul viale del tramonto, ma corridore di stoffa sopraffina. Capace di vincere 5 Giri d’Italia, per citar appena quello del 1930 (a cui non fu invitato, ma gli fu pagato il premio finale direttamente, per manifesta superiorità), e 3 Campionati del Mondo. Oppure viene avvicinato a Girardengo, altro pedalatore inesauribile, che negli anni ’20 aveva dominato in lungo e in largo vincendo anch’egli più volte il Giro d’Italia. Vengono seminati così i prodromi del “duello” che esploderà nel primo dopo guerra.5

La strada è stata tracciata. Il rivale italiano di Bartali è stato trovato; la sfida può essere lanciata e “cantata”. Occorreranno sei lunghi anni prima che il Giro d’Italia riprenda a percorrere le strade martoriate della nazione, ma lo scontro epico tra il giovane Achille e il vecchio Ettore, come li definirà Buzzati nel suo resoconto del Giro 19496, è inevitabile. Bartali “sconfitto”, ma mai domo, vincerà il Giro del 1946 e il Tour del 1948, a dieci anni dalla sua precedente affermazione in Francia, e a poco più di un mese dalla sconfitta da Coppi al Giro. Coppi astro nascente e inarrivabile del ciclismo nostrano e mondiale. Il Campionissimo e “l’uomo di ferro”. Tutto partì da qui, sotto “una pioggia sferzante, con un vento contrario e con un freddo ha paralizzato ben presto i meno forti7, nella terra di confine tra Toscana ed Emilia.

1 – Orio Vergani, Op. Cit. pag.11

2 – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

3 – Dvd I Miti del Ciclismo: Gino Bartali, supplemento a La Gazzetta dello Sport, Milano, 2005

4 – Orio Vergani, Op. Cit. pag.12 – 13

5 – Orio Vergani: “Ma il tortonese era intanto già arrivato a Modena e conosceva già le gioie del primo trionfo e dei primi paragoni inevitabili con Binda e Girardengo, nomi mormorati in tono commosso dai vecchi tifosi.” Op. Cit. pag.13

6 – Dino Buzzati, “Dino Buzzati al Giro d’Italia”, Oscar Mondadori, Milano, 1997, pag. 144

7 – Orio Vergani, Op. Cit. pag.10

Firenze – Modena 1940, tra mito e realtà (part 3)

Oltre al libro precedente ci sono altre due testimonianze che è possibile recuperare di quella tappa. Testimonianze “illustri”, di due penne sportive di pregio, che per molto tempo hanno fatto sognare gli appassionati con il loro narrare. Un narrare per immagini, in un tempo in cui la televisione aveva ancora da venire, e nel quale la radio raccoglieva attorno a sé casamenti, condomini, palazzi, quartieri e paesi interi. Gianni Brera e Orio Vergani sono penne “illustri”, come già indicato di Buzzati, ma sono, soprattutto, due giornalisti. Sottilissima distinzione tra chi il cronista lo fa, e l’ha fatto e continua a farlo, di professione e l’illustre ospite (intellettuale, scrittore o poeta) che per l’occasione si dedica alla narrazione con la sua chiara firma di stile dello stesso evento sportivo.

Gianni Brera sarà l’inviato per la Gazzetta al Giro e al Tour nell’immediato dopoguerra (sarà anche giovane direttore della Rosea nel ’49), insieme ad un altro giornalista di spessore come Mario Fossati, e tratteggerà molti degli epici duelli di quegli anni.

Di Brera sul ciclismo abbiamo molti testi (“Addio bicicletta”, “L’anticavallo”, “Il Gigante e la lima”), ma soprattutto conosciamo la sua passione di coppiano. Passione che lo porterà a scrivere una biografia del campione nota come “Coppi e il diavolo – un romanzo”, nel suo stile forte e personale.

È quindi un resoconto di parte della tappa quello che appare nella biografia: “Il domani c’è l’Abetone (Firenze- Modena via Pistoia ). «Che facciamo domani, sior Pavesi ?” «Attacca il Gino», dice l’Avvocatt con voce grave. Ma sulle prime rampe gli si smolla il movimento e deve tardare. E intanto i “Bianchi” remano di gran lena. Fausto avverte la voce matta che dice di andare. Vien su dal didentro, misteriosissima voce. L’ha sempre sentita nei momenti difficili. Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone. Via via acchiappa tutti. E infine si trova solo a condurre. Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone: capace pure di vincere, se il capitano vorrà.”3 Subito, già durante la lettura, salta agli occhi un’inesattezza evidente: “Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone.”4 Come ha indicato la cronaca sportiva di Ambrosini quel giorno diluviava. Il giovane Fausto va, va con la benedizione di Pavesi (nome illustre dei primi Giri d’Italia e tra i pionieri della strada, soprannominato l’Avvocatt proprio da Brera) e il placet dell’uomo di “ferro”, che “sulle prime rampe gli si smolla il movimento centrale e deve tardare”5. Altra inesattezza: “Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone6.

In realtà, come già indicato, Cecchi, pedalatore toscano7, valica sull’Abetone per primo e Coppi passa per secondo ad un battito d’ali, 7 secondi. Ma sta nascendo un mito e Brera sta dando il suo contributo. La narrazione corretta degli eventi lasciamola ai cronisti, qui dobbiamo toccare altri tasti, far sentire la forza del giovane, la sua leggerezza nel pedalare, lo scrivere su quelle strade appenniniche le prime trame della sua storia e poi della leggenda.

1 – Paolo Costa, “Gino Bartali: la vita, le imprese, le polemiche”, Ediciclo Editore, Portogruaro, 2001, pag. 64

2 – Paolo Costa, Op. Cit., pag. 64

3 – Gianni Brera, “Fausto Coppi”, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2006, pagg. 119 – 120

4 – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

5 – Gianni Brera, Op. Cit., pagg. 119 – 120;

Orio Vergani: “Bartali aveva avuto delle noie al cambio e aveva dovuto fermarsi anche per una rapida riparazione”, Op. Cit. pag. 12

6 – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

7 – Orio Vergani: “Un anziano, il piccolo Cecchi di Monsummano, ha scritto il suo nome sulla vetta dell’Abetone dopo aver scompaginato, con il suo attacco lungo le rampe della salita delle Piastre, il buon ordine del plotone. Cecchi ha spremuto tutto di sé con l’ostinazione dei suoi giorni migliori. Uno scalatore, che non è mai stato della classe dei massimi, ha superato i giovani che oggi avevano tentato di stargli dietro, come Volpi e De Stefanis. Ma Coppi non era lontano. Era esattamente a 7 secondi, dopo aver superato uno per uno i concorrenti che Cecchi aveva disseminato. Il giovanissimo scalatore avrebbe riagguantato e mollato il toscanino nella successiva discesa e da quel momento – eravamo a 100 kilometri dall’arrivo e le rampe non erano ancora finite – nessuno l’avrebbe rivisto più. Dietro di lui, in vetta all’Abetone, passavano a 1’55” Bizzi, Diggelmann, Benente, Mollo, Marabelli, Cottur, De Stefanis, Generati e Crippa; a 2’57” Simonini, Canavesi e Rogora, a 3’30” Vicini e Vignoli; a 3’40” Didier; a 4′ Valletti, Magni e Bartali.”, Op. Cit. pagg. 10 -11

Firenze – Modena 1940, tra mito e realtà (part 2)

Ciclisticamente l’annata si è aperta il 19 marzo con il mondiale di primavera, la Milano-Sanremo, che ha visto trionfare Gino Bartali per la seconda volta. Il Giro non è lontano. Paolo Costa, autore del libro “Gino Bartali, la vita, le imprese le polemiche” racconta: “Giro: Bartali parte per riprendersi ciò che Valetti gli ha tolto l’anno prima. A Torino primo Brizzi (Bianchi) che conquista la maglia rosa. A Genova primo Favalli (Legnano), maglia rosa a Bailo (Bianchi), il nipote di Girardengo. Bartali è secondo nella prima tappa e Coppi è secondo a Genova, dove però finiscono i sogni del capitano. A metà discesa della Scoffera, infatti, Bartali viene investito da un cane e vola sull’asfalto. Poi continua sanguinante. Davanti ci sono Coppi e Favalli. Pavesi sbuffa: «andate, andate, almeno portiamo a casa la tappa». Gino perde al traguardo 5’ 15’’ e finisce all’ospedale. Il medico: «lussazione del femore: servono venti giorni di assoluto riposo!». Mai dire al campione fiorentino certe cose. Il giorno dopo non riesce a camminare ma sta in sella. E va avanti, sperando di guarire. Telefona il commendatore della Legnano, il sciur Mario Della Torre: «Bene, bravo!». Maglia rosa è Pierino Favalli, che tiene alta la bandiera della squadra. Nella terza e nella quarta tappa (con arrivi a Pisa e Grosseto) Coppi sciupa tempo prezioso per due cadute. L’imberbe pare incerto sui pedali: il secondo capitombolo avviene a trecento metri dal traguardo, quando ormai i pericoli sembrano superati. Nell’ottava tappa (arrivo a Terni) anche un’auto della giuria complica la vita a Fausto: gli taglia la strada, altri minuti persi. A Firenze Gino comincia a risorgere. Arriva 2° ed è 13° in classifica.”1

Siamo all’undicesima tappa, metà Giro, è tempo di vedere chi sono i veri pretendenti alla maglia rosa di Milano. In poche righe Costa ci tratteggia la situazione: “Valetti è a mezz’ora, cosa che procura qualche fervorino al toscanaccio. Ma le speranze di Pavesi sono in Coppi, il debuttante che è a tre minuti dalla maglia rosa Mollo; Favalli s’è ritirato nella Fiuggi – Terni (8° tappa)2

1 – Paolo Costa, “Gino Bartali: la vita, le imprese, le polemiche”, Ediciclo Editore, Portogruaro, 2001, pag. 64

2 – Paolo Costa, Op. Cit., pag. 64

Firenze – Modena 1940, tra mito e realtà (part 1)

Questa tappa del Giro d’Italia è ormai avvolta dalla leggenda. In un anno per noi italiani particolarmente infausto (qualche giorno dopo, 10 giugno, la chiusura del Giro l’Italia entrerà in guerra) il passaggio di un giovane, ma promettente, gregario a vincitore della gara a tappe nostrana è accolto con particolare entusiasmo. Si profila un nuovo duello ai massimi livelli, come in precedenza era stato tra Girardengo e Binda, tra Binda e Guerra. In un’Italia da sempre abituata a dividersi in due fazioni il passaggio è obbligato. L’attesa però per sapere come il duello si evolverà sarà lunga.

Bisognerà, infatti, attendere il 1946 per poter vedere nuovamente le ruote di biciclette da corsa percorrere lo stivale. Terminata la guerra gli organizzatori del Giro saranno tra i primi a voler dare un segno di rinascita, di solidarietà fraterna alla nostra nazione martoriata da anni di conflitto e privazioni. Ma questa è un’altra storia1.

“[…] Il ministero dell’Educazione nazionale disponeva la fine anticipata dell’anno scolastico e la temporanea abolizione dell’esame di maturità sostituito dagli scrutini finali: i maturati sarebbero di lì a poco venuti buoni per il fronte. Si infittivano le visite dei ministri nazisti: quello dei Trasporti Kleinmann al nostro sistema ferroviario; quello dell’Agricoltura Walter Darrè alla bonifica del Volturno. Da qualche giorno, il responsabile della redazione romana aveva, in cifra, avvisato la direzione del Corriere della Sera di ritirare i corrispondenti dalle sedi di Londra e di Parigi2.

È stato un anno “di passaggio”, il 1940, ma comunque importante (e non solo per l’inizio della guerra). Molti gli avvenimenti che poi hanno segnato la seconda parte del “secolo breve” (come è definito il ‘900). Dino Buzzati, che come corrispondente per il Corriere della Sera come “penna di colore” (ovvero letterati che seguirono il Giro d’Italia nel secondo dopoguerra dando “note di colore” sulla corsa e sugli avvenimenti, in parallelo ai giornalisti sportivi) sarà al seguito del Giro del 1949, pubblica “il Deserto dei Tartari”. A Febbraio, in America, è uscito il “Pinocchio” di Walt Disney; mentre il 15 ottobre Chaplin, in piena guerra quindi, esce nelle sale con “il Piccolo Dittatore”.

Nel 1940 muoiono personaggi illustri come Nedo Nadi, schermidore italiano, vincitore di 6 ori olimpici; Don Luigi Orione, sacerdote italiano, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza; Italo Balbo, aviatore e capo delle camicie nere; Paul Klee, pittore svizzero; Leon Trotsky, uomo politico russo. Ma è anche anno di nascite altrettanto illustri: nella musica, per esempio, vedono la luce Frank Zappa, Fabrizio de André, Francesco Guccini, Ringo Starr e John Lennon; mentre nello sport ricordiamo Franco Bitossi e un signore soprannominato Pelé. [Continua]

1 – Paolo Facchinetti, Introduzione – L’Italia del giorno dopo, in “Quando spararono al Giro d’Italia”, Limina Edizioni, Arezzo, 2006

2 – Orio Vergani, “Caro Coppi”, Mondadori, Milano, 1995, pag.14

Autunno, cadono le foglie (parte 4)

Pedali. Era da un po’ di tempo che stavo pensando di cambiare i miei pedali, moderni a gabbietta, forse troppo moderni. Anche questi si sono comportati benissimo in queste tre stagioni, ma è tempo di dare un tocco un po’ più in linea col resto della bicicletta (ho preso delle repliche dei Campagnolo Super Record da strada). Ho cambiato anche i laccetti, che passano da bianchi a neri.

Piccoli, grandi cambiamenti che vorrei provare in terra veneta, per l’Artica.

Autunno, cadono le foglie (parte 3)

Nastro manubrio. Quello attuale si è letteralmente consumato, in alcuni punti comincia a vedersi la curva lucida sotto. Il nuovo sarà sempre telato ed in cotone, secondo le indicazioni del Guerrini.

Sul nastro manubrio ho avuto modo di farmi una piccola cultura recentemente. In alcuni momenti, nell’inverno 2015-16, ho avuto forti dolori alle mani, dovuti alle sollecitazioni che la strada trasmetteva alla bici in carbonio, quindi estremamente rigida e poco incline a smorzarle. Ho acquistato allora, per l’inverno 2016-17, un nastro manubrio più spesso (3,2mm) rispetto a quelli tradizionali (2,5mm) e la stagione che sta andando a concludersi non ha risentito di questo tipo di problema.

Tornando alla Rossin pensavo di dover montare un nastro altrettanto spesso per attutire i colpi dello sterrato. Con mia sorpresa, invece, il nastro del mio meccanico è molto sottile, (ca 1mm), quindi nessuna imbottitura, ma solo la parte telata a trama stretta. Con questo mai avuto un problema, ma soprattutto tutta un’altra bicicletta, in acciaio, molto più malleabile rispetto al carbonio, che smorza e attenua i sobbalzi derivanti dal terreno sconnesso.

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