Benvenuti in mare aperto

Or bene perché un blog?

Perché è tempo di continuare il viaggio fuori dalle mura del popolare social, di navigare in mare aperto, seguendo l’esempio di Corto Maltese.

Tranquilli, sempre di biciclette e ciclismo, ma non solo, si parlerà.

É tempo di dare maggiore respiro alle mie storie ciclistiche, cosa che un post sul popolare social non consente.

Mi sono reso conto di essere “lungo” nel raccontare, cosa che è mal vista dai naviganti del social: troppo tempo per leggere le mie cronache.

Al tempo stesso, però, i racconti generano sempre interesse e allora è giunto il momento di uscire da quel palazzo e provare a creare una mia “officina letteraria”, dove montare brani di storia, polvere, sudore e tanta passione.

Cosa troverete qui?

In primis le mie storie e cronache delle ciclostoriche, quelle non mancheranno mai.

Poi… racconti e commenti ciclistici, ad ampio raggio.

Ho un paio di sogni nella borraccia della bicicletta e questo blog è il primo passo per dare sostanza a quei sogni.

I prossimi mesi saranno di sviluppo, sia del blog che di altri progetti, a tempo debito ve li presenterò.

Per adesso fate attenzione alla barba del ciclista, e ai suoi occhi, oltre la barba.

articolo

Annunci
Featured post

Eroica 2018

Rimettendo insieme le sensazioni di questa edizione dell’Eroica mi si affaccia il motto: le imprese cominciano ancora prima di montare in sella.

Reduce da una settimana travagliata, completamente senza bici da 15gg, se si accettuano gli scatti sui tombini per andare a lavorare, pensare di fare il percorso Medio (130km) era un sogno, molto più vicino all’utopia che alla realtà.

Però rinunciare a cuor leggero a Gaiole, nonostante tutte le avversità, sarebbe stata molto dura. Per fortuna la situazione familiare è migliorata ed ho avuto il via libera per partire.

Arrivato nel Chianti in tempo per partecipare alla Premiazione della Coppa Toscana Vintage (ma di questo scriverò in un prossimo post) ritrovo i miei compagni d’avventura, Max alla sua seconda edizione e l’inossidabile Mark, mio compagno di strada all’Eroica fin dal 2015 (Lorenzo ci sei mancato anche questo anno…)

Sul roadbook, Il Brocci segna le 6,50 e timbra; sotto la sua benedizione prediamo la strada per questa nuova avventura. Ci attendono tante ore di sella, con tutte le condizioni meteo e la strada che alterna sterrato e asfalto, ma soprattutto scenari che riempiono gli occhi già alle prime luci dell’alba.

Siamo ben coperti, la pioggia del sabato ha lasciato una discreta umidità, ma la salita a Madonna a Brolio scorre bene, poi il tratto sterrato fino a Castello per provare la gamba (PR).

La discesa mette subito in chiaro lo stato degli sterrati e l’estrema attenzione che richiedono, mentre missili multicolori si gettano incuranti delle rampe.

Lentamente l’umidità nell’aria si trasforma in fitta pioggia, mi fermo a mettere la mantellina quando ormai sono già lordato.

Riunito agli altri proseguiamo in direzione Radi dove, in teoria, avremmo appuntamento col resto della Squadra Vintage, partita quasi 2 ore prima di noi. In realtà, già prima di Siena, Mark manifesta alcuni problemi meccanici che ci fanno desistere dall’inseguimento. Max è in buona giornata e passiamo da Pianella mentre sta finendo di piovere. Gli sterrati qui sembrano messi meglio, si notano di più i “pettini” lasciati dai trattori. Mi accorgo che le nostre 3 maglie rosse con banda bianca sono proprio belle da vedere insieme, il senso di appartenenza lo sento forte.

Testa a testa con Max sugli strappi per arrivare a Radi (km 50), ormai in piena luce, dove ci fermiamo a mangiare mentre Mark fa sistemare la ruota posteriore. Il timbro è, come da tradizione, a Vescovado di Murlo, sulla cui rampa (micidiale) Max riesce a restare in sella e a realizzare una delle sue migliori imprese di giornata.

Altra benedizione da parte del Vescovo e poi ripartiamo verso la valle, e un tratto pianeggiante, prima di infilare nel nuovo sterrato che porta al bivio tra Medio e Lungo. Un ricordo alla caduta del Gentleman di un anno fa e siamo al bivio… solo che il bivio è stato spostato di 2km!

Tornati su asfalto arriviamo a Buonconvento (anche stavolta senza birra) dove, forse in una delle prime volte in corsa, si percepisce bene la quantità di stormi che stanno partecipando alla corsa. Il ristoro è preso d’assalto e quindi decidiamo di effettuare solo il timbro e ripartire per Asciano. Rientriamo nel vecchio tratto sterrato che porta al paesaggio lunare. Sono un po’ in riserva e lascio andare gli altri due.

Eccomi al nuovo confronto con i miei limiti in discesa, per quanto, stavolta, sento di averli gestiti meglio. Accuso un po’, l’inattività della settimana si fa sentire, ma aspettavo questo momento. In qualche modo riesco a raggiungere gli altri due all’innesto con la statale e facciamo insieme il tratto fino al paese, con Mark a dettare il ritmo.

Rampa con Max davanti e dietro un botto, tipico dei tubolari che hanno mollato. Arriviamo al ristoro e veniamo avvertiti (forza della stessa maglia) che quel botto che abbiamo sentito è stato causato da una delle ruote di Mark che, pur con copertoncino, aveva una camera d’aria desiderosa di uscire dalla sede.

Ampio ristoro, forse pure troppo, per me e Max, mentre Mark si dedica alla riparazione “gaudente”. Entrando avevamo incrociato il Gentleman che stava ripartendo per il Male, all’uscita salutiamo Kit Carson in solitaria.

La salita delle Sante Marie è nel nostro destino e non ci sottraiamo una volta che Mark può riprendere la strada. Ognun per sé qui, ed io preferisco non esagerare, visti i precedenti, camminando per lunghi tratti. Recuperato da Kit Carson, intento nel percorso Lungo, mentre dell’indiano Nanny non ci sono tracce. Arriviamo insieme all’infernale cartello, dove trovo i miei compagni. Ancora non è finita e mi sento bloccato, forse ho mangiato troppo ad Asciano. Alla fontana, che delimita il termine definitivo del tratto, facciamo rifornimento, poi la discesa, prima di risalire verso Castelnuovo Berardenga (km 109). Max mette il differenziale e parte, Mark è poco più avanti ed io dietro ad inseguire, saltando tanti storici un po’ in affanno. Arriviamo in paese e all’ingresso della villa Mark si riblocca ancora (salto di catena?), mentre io rientro definitivamente su Max.

É l’ultimo ristoro prima dell’arrivo, distante ‘solo’ 22km. Qui troviamo il Gentleman col fratello, poi il Rosso dell’Eroica nella sua splendida maglia gialla e il Nanni, inizialmente disperso, ancora coriaceo nel suo tentativo sul Lungo. Mi faccio fuori una lattina di Coke, sperando che mi aiuti a digerire, incurante del suo effetto dopante.

Al momento della ripartenza restiamo per un po’ in coda ai tipi de La Toraia, in attesa della risalita verso il Castello di Brolio. Quando ci rendiamo conto che, invece, stiamo facendo un’altra strada, in salita si ma leggera, comincio a cantare ed incitare i compagni, anche quando un leggero crampo mi prende nell’interno coscia. Max, che è un po’ al gancio, mi guarda un po’ di sbieco, ma io proseguo. Siamo sul finale, eppure le gambe girano ancora magnificamente. Risaliamo la corrente e raggiungiamo il Gentleman, poi via via gli altri; mi metto davanti a tirare, con Max che ha recuperato.

Una lunga trenata fino al Check Point di Madonna di Brolio, ultimo baluardo prima dell’arrivo. Discesa a tutta, ingarellati come siamo pronti per uno sprint lungo 3 km.

Ma lo sprint avrà la durata del solo ultimo strappo poco prima di Gaiole, quando un furgone si frappone tra noi decretando, di fatto, il termine della nostra avventura.

Arriviamo in piazza e siamo medagliati. Poi, lentamente, ci disperdiamo nella folla festante, cercando di tornare alla normalità. ed è qui che l’emozione trattenuta per tutta la giornata prende il sopravvento. Sotto gli occhiali corrono lacrime di gioia e di liberazione, accumulate per tutta la settimana e che, finalmente, trovano sfogo.

L’Eroica, nel suo percorso faticoso, nel ritrovare il limite umano, ti mette a nudo, dentro e fuori, con un potere catartico che solo la bici sa trasmetterti.

Il resto è il piacevole ritrovarsi con i compagni della Squadra Vintage, che fanno tesoro della propria impresa (e in attesa di notizie di chi è ancora su strada come Virenque).

Il resto è un mesto ritorno verso le macchine, dopo una gustosa birra di chiusura, mentre i colori dell’autunno gaiolese ci accompagnano all’uscita di questo sogno.

Il resto è un trasferimento per rientrare nella realtà, dispersi nel traffico di rientro.

Il resto sono ancora le infinite sensazioni che mi accompagneranno per giorni e che delineano la prossima avventurosa trasferta tra un anno.

La Panoramica 2018

L’ultima di Coppa, per il 2018.

Anticipata dalla crono a Legri, in collaborazione con l’AVIS Verag di Prato (interessante incontro), la corsa del Settimo Miglio (o seventh miles come direbbe Ivo).

Percorso, ancora una volta, ridefinito, molto stradale, ma con una spezziatura di sterrato (con quel dente avvelenato messo di “traverso”).

Ritrovo il grancorsino Cristian e molte tribù, su cui svetta l’AVIS, pronta, ancora, a festeggiare la nuova conquista della Coppa a Squadre.

Arrivo insieme a Donato e Stefano, ma ci perdiamo presto, visto che la Squadra Vintage ha l’obbiettivo di supportare il Cance sul percorso lungo, quasi un regalo di nozze in ritardo. Pedaliamo con Silvio Poccianti, reduce anche lui dalla crono del giorno prima (su Bianchi da crono vintage). Attraversiamo Castello, Careggi, Via Bolognese, poi Piazza delle Cure, con il Tasso di guardia all’incrocio e poi la salita di via della Piazzola, dove il Diavolo Veneto da segno di grande forma.

Silvio, ciclista nel sangue da generazioni, si lascia andare ad una delle espressioni gergali tipiche di chi è rimasto secoli in sella: il ciclismo, che sport di m…

Al momento le gambe girano, il grancorsino si gode lo scenario della salita mondiale di Fiesole, mentre io risalgo un po’ il gruppo.

Piazza Mino sorvolata e atterraggio, in coda ai Granchi, al ristoro, dove Ivo sta già distribuendo thé caldo (purtroppo), dolci e facezie.

La Squadra Vintage si ricompatta, giusto in tempo per incrociare Giovanni Nencini, stavolta in veste di autista del carro-scopa.

Il Cance non va, lungo Bosconi lascio andare il resto della Squadra e torno indietro a fargli da gregario, sussurrando al suo orecchio frasi poco gentili per stimolarlo, ma lui fa orecchie da mercante e arriviamo così con calma prima all’Olmo e poi a Vetta le Croci.

Discesa verso il Mugello, in coda al Cardinale, impegnato nel suo personale test drive della Pinzani con vista sull’Eroica. Ricmpattata la Squadra al bivio pieghiamo per Scarperia. Gli strappi lasciano davanti solo il Gentleman, che sembra puntare il ristoro con particolare attenzione. Non ha torto, dato che il ristoro di Scarperia trova il plauso di tutto il nostro gruppo che non si sottrae al rituale del piatto ricco mi ci ficco.

Ma i Panoramici, questi ribaldi, hanno lanciato uno sguardo diabolico al tratto successivo, proponendo un tratto, seppur breve, in sterrato, prima con discesa impervia e a seguire uno strappo irto ed impegnativo.

É qui che il Cance tira fuori l’orgoglio e si getta in discesa meglio di aereoplani e si presenta per primo alla risalita. Un paio tentano di tenergli la ruota, ma lentamente affondano nella sabbia.

Il tratto sterrato successivo, che riporta su asfalto, serve per ricompattare il gruppo per poi piegare verso San Piero a Sieve.

Mi metto davanti a fare un po’ di ritmo, ma senza esagerare, facile perdere qualche vagone.

Arriviamo così a Vaglia e lo strappo poco fuori il paese sembra già un presagio di sofferenza, una temibile asperità per qualche mente annebbiata.

In realtà il nostro scoglio è qualche km più in là, la salita del Miglio (cronometrata).

É dal 2015, la mia prima Panoramica, che questa salita non viene inserita sul percorso. Sono curioso di vedere la resa della Rossin (e anche delle mie gambe).

Allora c’era Ivo a farci le foto, adesso sembra di intravederne l’ombra nello stesso punto.

Il Cardinale parte poco più avanti a me e lentamente si allontana, alternando tratti seduto ed in piedi. Da dietro non rientra nessuno e proseguo il mio avvicinamento al traguardo GPM di Pratolino. Vedo Luciano fare l’ultima curva, intuisco il suo passaggio sul tappettino posizionato davanti allo Zocchi. É finita anche per me, mi fermo per recuperare ed intanto ecco arrivare il Gentleman. Il gruppo si ricompatta alla fontana di Via dell’Uccellatoio, manca solo il Cance. Ci rinfreschiamo in attesa del Leone. Arriverà, perchè arriva sempre, colpito ma non affondato, alla fontana.

Siamo alle ultime battute, la panoramica di Monte Morello e la discesa verso Settimello.

Il tratto in salita scorre via bene, ed il momento in cui con gli altri della Squadra Vintage ci lasciamo un po’ andare alla malinconia per la fine di questa edizione della Coppa. Ma è solo un breve momento, il ristoro di Morello ci distoglie dai pensieri e ci rende la brillantezza con un aperitivo rinvigorente.

É il momento delle foto e del recupero di Virenque, che dopo aver scaricato una zecca, ha coronato il suo inseguimento (con tanto di tempone nei primi 10 della Crono del Miglio) poco prima dell’arrivo.

Ultime pedalate prima della discesa, il passaggio alla Bottega e poi la devizione a destra per completare la discesa fino alla piana.

Arriviamo tutti insieme, sotto il mirino del fotografo, e timbriamo col Tasso.

Fa sempre uno strano effetto arrivare alla chiusura della Panoramica, perché non si chiude solo la corsa, ma anche la Coppa.

É vero, l’Eroica non è lontana e altre storiche sono prossime, ma di Coppa se ne riparlerà solo per la premiazione e poi, su strada, nel 2019.

Vedremo, intanto mi siedo accanto a Donato e Stefano, con il resto della Squadra Vintage li accanto e i Leoni di fronte. La festa è allietata dalla premiazione di tappa (e della Crono), con gli AVIS pratesi dominatori assoluti.

La Marzocchina 2018

Quella di quest’anno è stata l’edizione più “cattiva” di sempre.

Non male come incipit, ma ho ben donde per esprimermi così. Torno a SGV con il sapore della scoperta e la voglia di pedalare in miniera, che dopo Virenque ha stregato un po’ anche me, dopo il mancato passaggio 2017.

Aviotrasportato da Max, e trovati Donato e Stefano al parcheggio, mi dirigo insieme agli altri alla piazza di partenza, ancora una volta invasa dalle bancherelle, fotografi e storici.

Un po’ di saluti e poi ci posizioniamo in griglia per partire. Mi dicono ci sia anche Virenque, ma non ne ho traccia.

Parto con l’idea di provare il nuovo percorso Lungo (oltre 100km e quasi 2000m di dislivello), convinto, erroneamente, che anche stavolta il conteggio dei km marzocchini sia stato arrotondato per eccesso.

Niente GPM de Renacci come antipasto, ma direttamente l’ingresso in miniera dopo solo 5 km. Mi perdo presto Donato e Stefano e resto alla ruota di Max, che mostra subito una bella gamba sugli strappi sterrati.

Il fondo è in ottime condizioni e questo facilita la guida e aumenta la sicurezza, non sembra neanche la solita miniera.

Questo percorso su sterrato è senza dubbio il più lungo (continuativo) previsto tra tutte le ciclostoriche, 20 km su e giù per la centrale Enel di Santa Barbara, e solo in parte recupera tratti degli anni precedenti, tanto che si potrebbe ipotizzare un’ulteriore ampliamento. Si nota come sia stato fatto un grosso lavoro per sistemare il fondo stradale che porta anche ad una diminuzione delle forature. la Berta c’è, qualche arrampicata anche, manca l’Aremberg verticale, ma pazienza, per quest’anno ce ne faremo una ragione.

Le forature sono diminuite, ma non sono mancate. Ne sanno qualcosa Stefano (Donato con le ruote nuove se la ride) e Messer Peugeot.

Stefano è più indietro, mentre per il secondo la Squadra se ne accorge, si ferma e si adopera per la sostituzione. La valvola fa un po’ capricci, ma alla fine, a forza di gonfiare il francese vestito riparte. La miniera ha sempre il suo fascino, e sono contento che finalmente anche Max possa “gustarne” (abbandonate le ruote con tubolari che tanto ci fecero tribolare all’Eroica Montalcino) gli scenari.

Lentamente il gruppo si fraziona, fino all’uscita dalla miniera dopo irta discesa finale.

Qui un servizio meccanico “gaudente” accoglie Messere Peugeot e gli sistema definitvamente la ruota posteriore. Recuperiamo anche Donato e Stefano e cominciamo la risalita verso Castiglion dei Sabbioni. Arriviamo sparpagliati al ristoro dell’osservatorio, giusto in tempo per “osservare” il tavolo imbandito svuotarsi sotto i nostri occhi. Del resto quando i partecipanti sono quasi 500, una moltitudine di voraci cavallette multicolori, è inevitabile la desertificazione a tavola.

A coppie ripartiamo e tiriamo verso Cavriglia, passando da Neri, per poi piegare, sempre in salita, verso Montegonzi. Si, perchè l’altra novità di questa edizione della Marzocchina è la salita, asfaltata o sterrata, che spunta come un fungo novello, anche se non è ancora stagione. La sensazione è quella che per anni gli organizzatori si siano “nascosti”, mentre quest’anno abbiano osato, ma osato veramente con quei 2000m di dislivello sull’inedito percorso Lungo.

Tratto in discesa verso Vertena, poi Poggio Cuccole, Petrolo e fino al ristoro idrico di Rendola, a pochi giri di ruota dal bivio tra Medio e Lungo.

Max, istintivamente piega per il Medio, senza neanche leggere i cartelli; lo richiamo all’ordine e partiamo verso la seconda parte, mentre Donato e Stefano deviano verso il Medio e Montevarchi.

Da qui, da questo bivio, si apre un altro mondo, un nuovo mondo oltre modo inedito, della Marzocchina, quasi fosse una corsa nella corsa, passaggio per pochi, ma sul cui tracciato, immancabilmente, ritrovo quasi tutta la Squadra Vintage. Di Virenque ancora nessuna traccia (ma sarà partito?)

Il senso eroico prude come quello di Spiderman; qui bisogna stare attenti, la calura comincia ad aumentare, di pianura neanche l’ombra e poca acqua nelle nostre borracce.

Lungo tratto tra sferrato e asfalto riconquistando anche la statale e con l’obbiettivo del ristoro di Pergine. L’acqua comincia ad essere un problema e la calura ne accentua la mancanza. Arrivati a Pieve a Presciano, assolata pianura con strada dritta che sembra un’autostrada, restiamo abbagliati da un miraggio che sembra un bar. Ma è veramente un bar! Ed ecco che i ciclisti invertono la marcia e in stile fantozziano si fiondano al suo interno. Si arrestano immediatamente sulla porta alla vista di Sandrino, nerboruto barista con la barba, che li squadra sospettoso. Acquistata bottiglia d’acqua fresca (2 euro) e qualcosa da mangiare (2 euro, sembra non ci fosse altro prezzo) i ciclisti si sono suddivisi l’acqua e poi sono ripartiti, giusto in tempo per incocciare nella deviazione in salita per Pergine.

Un paio di km in salita e poi l’ingresso nel borgo dove abbondante ristoro ci attende. Qui il Cardinale, con la sua maglia dei Ribolliti, spopola e viene immortalato in ogni dove. Troviamo anche i Granchi, con cui ci alterneremo per il resto del percorso, ma di Virenque neanche l’ombra.

Discesa da Pergine, deviazione a sinistra e nuovo tratto in sterrato, insidioso, in salita. Qui ci vogliono gambe ancora buone per restare in sella, la pendenza è spesso a doppia cifra e impegna la Squadra. Reggo, ma molto peggio andrà nella discesa successiva, dove la pendenza mi costringe al piede a terra e ad una passeggiata. Nel fondo valle ecco la Squadra che mi attende all’ombra di una macchia. Ripartiamo, ma la fatica comincia a farsi sentire. Altra salita e altra discesa, siamo alla porte di Bucine.

Tratto tranquillo, in apparenza, fino al Mulino di Dino, poi ci passa una macchina e la vediamo inerpicarsi su salita assassina. No, è solo un miraggio, non può essere quella la nostra strada. Ed invece la freccia segnaletica emette la sua sentenza inesorabile. Caposelvi, nome quasi da SanRemo, ma che di sanremese a ben poco, forse più di dolomitico direi.

Strava, nel segmento che è stato definito per questa salita, parla di “solo” 600m per una media del 8%, ma che a me sono sembrati infiniti.

É finita? No, ma quasi. Torniamo nell’altro mondo, rientrando al bivio del Medio, là dove avevamo salutato Donato e Stefano. Una lunga discesa ci accompagna magnanima verso il fondovalle e il ristoro di Montevarchi. Intanto Donato comincia a preoccuparsi per il mio ritardo e chiama. Risaliamo in sella e via per gli ultimi 15km, con l’ultima ascesa a Cavriglia. Faccio un po’ di ritmo in pianura insieme al Gentleman, ma quando comincia la salita, dolce ma comunque salita, mi stacco e vado del mio passo mentre Max ne ha ancora e se ne va insieme agli altri.

Lentamente recupero il mio passo e rientro sul Cardinale che, come spesso fa in queste occasioni, si gestisce alla grande. Arrivo allo scollinamento e trovo Max e il Gentleman (che da randonner qualè è si conosce alla perfezione) ad attenderci. Poche pedalate e siamo sulla discesa di Santa Lucia, prima dell’arrivo in parata a SGV.

Il resto è tornare e respirare senza la bombola d’ossigeno e il piacere dello stufato party, vero premio per gli eroci. É solo qui, al desco finale, che ritrovo Virenque che, in forma smagliante, ha fatto il percorso Lungo in compagnia di Kit Carson e dell’indiano Nanny.

Vinaria 2018

Al termine delle ferie, dopo aver scollinato più volte su Tirli in Maremma, ecco la ripresa della stagione delle ciclostoriche a Marlia (LU) con la Vinaria (quarta tappa della Coppa Toscana Vintage).

Qualche assenza, forzata e forzosa, e un po’ di maltempo, che ha limitato un po’ il numero dei partecipanti, non ha segnato lo spirito avventuroso dei restanti.

Ecco Giovanni Nencini nel suo completo Carpano, con la bicicletta del 1959 di Gastone.

Ecco Donato e Stefano, stavolta ben carichi di tubolari dopo l’esperienza della Chianina.

Tutti pronti, dopo le raccomandazioni di Carube, per la partenza e i Leoni sono in ritardo.

Trasferimento alla villa La Badiola (con una eco della Marzocchina) con salita sterrata ed in gruppo, subito esercizio da equilibristi puri.

I primi sterrati un po’ malmessi e una caduta poco avanti rimettono subito l’attenzione sulla strada.

Saltato un primo tratto asfaltato sono con il Cance e il Gentleman, mentre il Cardinale è già sgusciato via, quando troviamo Giovanni Nencini fermo per una foratura.

Ci fermiamo per dargli supporto, più spirituale che materiale, nella sua battaglia con la “carogna”. Questo stop permette ai Leoni di ritardatari di rientrare.

Entriamo presto negli sterrati che precedono l’ingresso a Lucca, ed ecco che troviamo Kit Carson fermo anche lui per foratura. Giovanni si ferma e ci invita a proseguire…

Così, da buoni cacciatori di classiche ci diamo battaglia sul pavé che precede l’accesso alle Mura. Uno scatto mancato permette a Virenque di tornare sotto, ma è solo un momento.

Le Mura sono affollate; girovaghiamo in cerca del ristoro dell’anno scorso, ma niente, quest’anno dobbiamo pedalare ancora un po’.

La temperatura decisamente più confortevole (rispetto al 2017) permette di pedalare senza particolare assillo anche con la maglia di lana.

Ci perdiamo un po’ di Leoni nell’uscita dalla città, proprio mentre rientrano il Carpano e Kit Carson. I due si mettono davanti a dettare il ritmo in salita e ben presto comincia la selezione da dietro.

Le mie gambe girano e riesco, in qualche modo, a restare in scia al Carpano. Andiamo via in due, fino al bivio tra Corto e Lungo (con timbro). Completata la salita in discesa il Carpano mostra tutte le sue doti, mentre io vado oltre i miei limiti, ma senza mai rischiare.

Alla fine, dopo 40km, ecco il ristoro di Ponte a Moriano, dove Giovanni si ferma ad aspettare Kit Carson mentre io proseguo per il percorso Lungo con il Gentleman.

Si forma così parte della Squadra Vintage e inizia la seconda, non meno impegnativa, parte della Vinaria.

Il percorso è stato girato rispetto all’anno scorso, e se Lucca è stata compresa nella prima parte del periplo, Matraia ci attende nella seconda costeggiando le colline lucchesi.

Le gambe girano, la temperatura sale ma l’aria resta fresca e pedaliamo bene. Nuovo ristoro nel mezzo del bosco, poi, nella risalita a San Martino in Colle, capita di vedere un Geppetto col timbro in mano. All’ombra di un quercione (ogni storica sembra avere un albero secolare), all’ombra del quale passò Pinocchio, si ristorano i due ciclisti come moderni Gatto e Volpe, lasciando la propria impronta fotografica sotto le sue ampie fronde.

Ma, anche qui è solo un attimo, è già tempo di ripartire, riprendere la risalita fino alla Rampa, che stavolta riusciamo a fare entrambi in sella.

Montecarlo non è lontana, e l’arrivo dell’anno scorso ci chiama, ma la freccia guida ci fa piegare verso destra, verso la Corte Franceschini, e di lì a Porcari.

A Porcari altro ristoro, con la fornaia/podista ad accoglierci. Nel mentre anche una mia caduta, banale, senza particolari conseguenze.

Dopo Porcari risaliamo verso Marlia lungo la statale e infidi sterrati che ci mettono ancora a dura prova.

Prima di risalire verso la villa della Badiola veniamo raggiunti da alcuni eroici precedentemente trovati al ristoro porchettiano.

Finita la strada asfaltata inizia lo sterrato, impervio come prima, ma più pedalabile senza il gruppo sbandante.

Incrocio Donato e Stefano (in discesa), stavolta graziati dalle forature. Mi arrampico fino alle villa, ringrazio sentitamente gli organizzatori al termine della mia fatica.

Il resto è ricordo di un pasta party, dove mangiamo come leoni insieme ai Leoni (e ai due Avis). Mi conforta ancora essere stati graziati dal tempo, una temperatura mite che ha appagato ancora di più la voglia di tornare in gruppo.

Ma non è finita, all’orizzonte si vede già la Marzocchina, ma sarà già un’altra stagione.

Road to Tirli

Il Benve l’aveva detto: questa è una vacanza; anche per il ciclista dovrei aggiungere io.

Si può mangiare e pedalare e pazienza se non sono riuscito a migliorare il mio tempo su Tirli (anche se ci sono andato molto vicino).

Ho pedalato durante queste ferie, ampliando la capacità polmonare, respirando di naso e alleggerito la mente.

Ad ognuno le sue vacanze, restare fermo sull’arenile è molto più faticoso per me.

Tirli ha mantenuto la sua magia, le prime ascese col Benve e poi da solo. Basta lasciare la statale al bivio per Punta Ala, ed ecco entrare in un’altra dimensione.

Il campovolo a sinistra, i campi, senza girasoli quest’anno, e i colli in lontananza.

Ho perso un po’ la dimensione del viaggiatore senza i girasoli, ma ho acquisito un livello maggiore di sognatore, con lo spettacolo dello sciame di farfalle bianche che avvolge la strada ancora umida di rugiada.

Poi la highway lunga e diritta per 3 km porta al muro, subito duro, subito cattivo.

E da lì un unico respiro per 4 km.

Sono proprio due dimensioni contigue, dove termina una inizia l’altra; da un momento d’irrealtà alla realtà concreta e sfacciata.

Tirleggiando

L’anticipo di Max e del Benve a Tirli, senza di me, sa già di vacanza.

Quanto avrei voluto essere con loro a sudare su quella salita, ormai simbolo dell’estate ciclistica follonichese, ed invece sono ancora a sudare in ufficio.

Intanto Garmin mi prende in giro assegnandomi un badge come Freddoloso per aver pedalato con 38 gradi (quel simpaticone!).

Ma tutto fa, anche pedalare in questa porzione di torrida estate.

Col Benve tornerò a Tirli, c’è già un appuntamento per i prossimi giorni.

Ho cominciato ad organizzare il materiale ciclistico, ho programmato una pulizia della Spillo, sempre lei protagonista, prima di partire.

Insomma, anche se ancora non le sento sulla pelle le ferie sono proprio dietro l’angolo.

Birra e bici, bici e birra

Gennaio 2018, Artica, Lonigo (VI). Birra presente nel pacco gara e ristoro birrario lungo la strada.

Giugno 2018, la Medicea, Carmignano (PO). Sponsor della corsa un birrificio pratese e birra fresca all’arrivo.

Luglio 2018, GF del Casentino, Poppi (AR). Birra fresca all’arrivo, gettonatissima dagli accaldati ciclisti.

Questi sono solo 3 episodi a cui sono stato personalmente presente, ma che di fatto sottolineano, insieme a tanti altri, il connubio tra la gergovia e il ciclismo.

Non è necessario scomodare i riferimenti belgi, dalle birre trappiste ai ciclisti fiamminghi e valloni, dalle corse monumento alle birre d’abbazia; è sufficiente dire che la birra, dopo una corsa, è dissetante e rigenerante.

Studi recenti ne esaltano gli elementi che favoriscono il recupero dopo lo sforzo, tanto che la birra sta prendendo piede, non solo come moda, come normale alimento durante il pasto.

Non va demonizzata, nella modica quantità fa solo bene all’organismo che deve recuperare. La normativa inglese stabilisce l’unità in una bottiglia da 33cl per persona, per una birra di gradazione media, oltre bisogna essere riaccompagnati a casa perché non idonei alla guida.

Non dico, quindi, di bere in corsa per esaltare le proprie doti di discesisti, per altro fatto molto comune durante le storiche, dove il vino non manca mai, ma proprio al termine della pedalata, quando il fisico comincia la sua fase più intensa del recupero dallo sforzo appena completato, una birra non dovrebbe mai mancare.

GranFondo del Casentino, vintage

Difficilmente scrivo delle GF su asfalto, non è propriamente il mio mondo e non mi danno le stesse emozioni delle storiche.

Stavolta mi viene chiesto di fare un’eccezione, proprio per l’eccezionalità dell’evento, partecipare alla GF del Casentino con la bici storica.

L’idea era venuta fuori al termine della Presentazione Ufficiale del libro  e in qualche modo mi stuzzicava.

Le strade conosciute ed esplorate di recente del Casentino, un percorso Medio (85 km) alla portata della bici vintage e la compagnia di una parte della Squadra Vintage, what’s else?

Fatta in settimana l’iscrizione con la FBB, recuperato alle prime luci dell’alba un passaggio da Max (stavolta in versione moderno), recuperiamo al volo Virenque a Pontassieve e poi via, su per la Consuma.

A Poppi ci attende, ancora una volta come già a Montalcino, Filippo, padrone di casa e vero eroico, l’unico che affronterà la corsa con la maglia di lana.

Per me il ricordo dell’abbrustolata dell’anno prima è ancora fortissimo e quindi ho optato per la nuova maglia tecnica di squadra.

Quando raggiungiamo la partenza la FBB ha già preso il largo, così Max ci saluta e con Michele e PierPa si metterà all’inseguimento (finalizzato al primo ristoro).

Noi tre, intanto, cominciamo la nostra avventura risalendo verso la Consuma. Inizialmente Messer Peugeot allunga, mentre Leo stenta un po’ a carburare. Raggiungiamo il fuggitivo poco prima della deviazione verso Pratovecchio, sede del primo ristoro.

É per Virenque la prima GF e quindi deve capire le regole, diverse rispetto alle ciclostoriche,  e i ritmi più elevati rispetto a quelli slow della Leonessa.

Dopo il primo ristoro lunga trenata di Filippo per riportarci a Poppi, poi la deviazione e l’ascesa fino alla Torricella, mia base durante il periodo di lavoro in Casentino nel mese di Maggio. Qualche foto ricordo con inevitabili freschi ricordi, quindi è già tempo di mettere nella tasca posteriore i sorrisi e lasciar parlare le gambe.

Comincia l’ascesa a Camaldoli, finalmente in corsa dopo tante prove in allenamento.

Filippo preferisce salire del suo passo e si stacca subito; sa cosa l’aspetta e, saggiamente, si amministra. Leo, dopo un iniziale rallentamento, mi torna sotto e facciamo insieme tutta l’ascesa, superati ed ammirati dagli altri ciclisti.

La strada me la ricordo bene e cerco di far girare le gambe al meglio, o per quanto possibile. Lo scenario delle foreste casentinesi riempie sempre gli occhi e la fatica in compagnia si sente meno. Di Filippo ancora nessuna traccia quando sostiamo al passo, quindi decidiamo di scendere a Camaldoli e riempire le borracce in attesa.

Ricomposto il trio riprendiamo a scendere fino alla deviazione a sinistra che, con un primo tratto di più dura salita, porterà lentamente al grande ristoro di Badia Prataglia. Virenque si lascia lusingare dalla salciccia, mentre Messer Peugeot preferisce il farro. Io, memore dell’errore dell’anno scorso, opto per sola frutta e dolce.

Incrociamo qui la Marghe (FBB), che ci anticipa. Poi assisto incredulo allo sgraziato abbattimento della mia bici da parte di una signora (“tanto ho l’assicurazione”); ripartiamo prima di aver bisogno io dell’assicurazione.

Facciamo qualche decina di metri in salita, fuori dal paese, e siamo raggiunti da Andrea, arubiano come me e compagno di scalate durante il periodo casentinese.

É una piacevole sorpresa e insieme proseguiamo fino alle porte di Bibbiena (e ampia discesa con bivio con il Lungo incorporato).

Salutato Andrea recupero i due compagni e ci avviamo a concludere la fatica.

Filippo la fa da leone, ci guida indomito fino al ristoro di Bibbiena. Altrettanto, ormai un po’ allegri per il prosecco bevuto, ci mette in riga sul raccordo come ciclisti moderni e non storici.

Mi permetto di dargli qualche cambio, memore dei treni FBB del Chianti, fino a Ponte a Poppi.

Siamo alle ultime battute, manca solo l’ascesa finale. Filippo si stacca, io e Virenque rallentiamo e proprio sul limitare della porta che immette nel borgo ci raggiunge e passa per primo, ammirato dallo Speaker, che già l’aveva notato alla partenza (alla francese).

Il resto sono bicchieri di birra (ottima usanza) e pasta party, chiacchiere e attesa per gli altri della FBB che hanno fatto il percorso Lungo.

Un po’ di vintage nel mondo iper-tecnologico delle GF risalta e Messer Peugeot ha fatta una bella figura, da vero eroico in trasferta.

Le cose belle non vengono mai sole

Ho adattato il detto, girandolo in positivo, ripensando agli ultimi eventi letterari legati al libro.

La Presentazione Ufficiale a Settimello, la Tana dei Panoramici, ha visto la partecipazione di una quarantina di persone.

Molti i compagni della FBB, capitanati dal Presidente Lorenzo. Nutrita anche la pattuglia degli storici, con la Squadra Vintage al gran completo.

Al tramonto, sulle traballanti tavole del palco, le stesse su cui ho ricevuto la maglia di Campione 2015 e che hanno visto all’opera anche MB e il fisarmonicista gentile, ho cominciato a raccontare.

Le parole sono importanti, necessarie per alimentare la memoria, ma sono da cesallare, da affinare, da ricamare come un sarto o un meccanico nella sua officina.

La platea ascolta attenta, la narrazione della genesi del libro corre veloce.

La prima parte si chiude all’arrivo degli antipasti e con la conclusione della prima stagione (2015).

Che emozione essere su quel palco, eppure sono riuscito a raccontare, quasi fossi impegnato a scrivere un altro capitolo del libro più che a parlare ai ciclostorici.

Mi siedo tra i Leoni e gli altri amici, divoro i crostini e la pasta, ma la mente è rimasta su quel palco.

Tra il primo e il secondo proseguo il racconto con la stagione 2016, arricchita con una sorpresa che mi sono tenuto in serbo.

Sempre perché le parole sono importanti ho chiesto a Giovanni Nencini di leggere un brano di Gianni Brera, tratto dalla biografia di Tullio Campagnolo, incentrato sull’ascesa al Croce d’Aune nella Coppa della Vittoria degli anni ’20, quando il giovane ciclista vicentino aveva avuto l’intuizione della sgancio rapido. Le parole di Brera, il senso del racconto, di un epico episodio che ha cambiato la storia del ciclismo, riempiono l’aria della sera. Accompagno la lettura di Giovanni in silenzio, indossando un grembiule da meccanico con il famoso logo alato e ascolto.

La grigliata riempie gli occhi e la bocca e poi resta la chiusura, con un rapido passaggio sulla più recente stagione (2017).

Sono riuscito a tenere desta l’attenzione degli astanti meglio di quanto non abbia fatto nello scalare le Croci di Calenzano lì vicino.

É il momento dei saluti e del firmacopie.

Un’ultima birra per chiudere e poi è giunto il tempo di caricare lo scatolone con le ultime copie e rientrare, nella soddisfazione della notte e mille idee in più in testa.

L’ORA DEL PASTO. LA TRIBù DEI PASQUINI

La domenica mattina, dopo la girata a Vallombrosa con i Panoramici in cui sono stato testimone di un’altra tappa della disfida tra Nanni e Traversi, la bella sorpresa che Marco Pastonesi ha scritto una recensione al libro nella sua rubrica su tuttobiciweb.it

Ero riuscito ad allungargli una copia all’Eroica Montalcino ma non mi aspettavo parole (sempre importanti) così lusinghiere.

Nel suo stile originale è stato un vero piacere e motivo di soddisfazione veder descrivere il libro, la mia fatica, un’ulteriore attestazione che il lavoro fatto è stato apprezzato anche da chi scrive per mestiere, dando ulteriore stimolo per i futuri progetti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑