Firenze – Modena 1940, tra mito e realtà (part 3)

Oltre al libro precedente ci sono altre due testimonianze che è possibile recuperare di quella tappa. Testimonianze “illustri”, di due penne sportive di pregio, che per molto tempo hanno fatto sognare gli appassionati con il loro narrare. Un narrare per immagini, in un tempo in cui la televisione aveva ancora da venire, e nel quale la radio raccoglieva attorno a sé casamenti, condomini, palazzi, quartieri e paesi interi. Gianni Brera e Orio Vergani sono penne “illustri”, come già indicato di Buzzati, ma sono, soprattutto, due giornalisti. Sottilissima distinzione tra chi il cronista lo fa, e l’ha fatto e continua a farlo, di professione e l’illustre ospite (intellettuale, scrittore o poeta) che per l’occasione si dedica alla narrazione con la sua chiara firma di stile dello stesso evento sportivo.

Gianni Brera sarà l’inviato per la Gazzetta al Giro e al Tour nell’immediato dopoguerra (sarà anche giovane direttore della Rosea nel ’49), insieme ad un altro giornalista di spessore come Mario Fossati, e tratteggerà molti degli epici duelli di quegli anni.

Di Brera sul ciclismo abbiamo molti testi (“Addio bicicletta”, “L’anticavallo”, “Il Gigante e la lima”), ma soprattutto conosciamo la sua passione di coppiano. Passione che lo porterà a scrivere una biografia del campione nota come “Coppi e il diavolo – un romanzo”, nel suo stile forte e personale.

È quindi un resoconto di parte della tappa quello che appare nella biografia: “Il domani c’è l’Abetone (Firenze- Modena via Pistoia ). «Che facciamo domani, sior Pavesi ?” «Attacca il Gino», dice l’Avvocatt con voce grave. Ma sulle prime rampe gli si smolla il movimento e deve tardare. E intanto i “Bianchi” remano di gran lena. Fausto avverte la voce matta che dice di andare. Vien su dal didentro, misteriosissima voce. L’ha sempre sentita nei momenti difficili. Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone. Via via acchiappa tutti. E infine si trova solo a condurre. Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone: capace pure di vincere, se il capitano vorrà.”3 Subito, già durante la lettura, salta agli occhi un’inesattezza evidente: “Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone.”4 Come ha indicato la cronaca sportiva di Ambrosini quel giorno diluviava. Il giovane Fausto va, va con la benedizione di Pavesi (nome illustre dei primi Giri d’Italia e tra i pionieri della strada, soprannominato l’Avvocatt proprio da Brera) e il placet dell’uomo di “ferro”, che “sulle prime rampe gli si smolla il movimento centrale e deve tardare”5. Altra inesattezza: “Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone6.

In realtà, come già indicato, Cecchi, pedalatore toscano7, valica sull’Abetone per primo e Coppi passa per secondo ad un battito d’ali, 7 secondi. Ma sta nascendo un mito e Brera sta dando il suo contributo. La narrazione corretta degli eventi lasciamola ai cronisti, qui dobbiamo toccare altri tasti, far sentire la forza del giovane, la sua leggerezza nel pedalare, lo scrivere su quelle strade appenniniche le prime trame della sua storia e poi della leggenda.

1 – Paolo Costa, “Gino Bartali: la vita, le imprese, le polemiche”, Ediciclo Editore, Portogruaro, 2001, pag. 64

2 – Paolo Costa, Op. Cit., pag. 64

3 – Gianni Brera, “Fausto Coppi”, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2006, pagg. 119 – 120

4 – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

5 – Gianni Brera, Op. Cit., pagg. 119 – 120;

Orio Vergani: “Bartali aveva avuto delle noie al cambio e aveva dovuto fermarsi anche per una rapida riparazione”, Op. Cit. pag. 12

6 – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

7 – Orio Vergani: “Un anziano, il piccolo Cecchi di Monsummano, ha scritto il suo nome sulla vetta dell’Abetone dopo aver scompaginato, con il suo attacco lungo le rampe della salita delle Piastre, il buon ordine del plotone. Cecchi ha spremuto tutto di sé con l’ostinazione dei suoi giorni migliori. Uno scalatore, che non è mai stato della classe dei massimi, ha superato i giovani che oggi avevano tentato di stargli dietro, come Volpi e De Stefanis. Ma Coppi non era lontano. Era esattamente a 7 secondi, dopo aver superato uno per uno i concorrenti che Cecchi aveva disseminato. Il giovanissimo scalatore avrebbe riagguantato e mollato il toscanino nella successiva discesa e da quel momento – eravamo a 100 kilometri dall’arrivo e le rampe non erano ancora finite – nessuno l’avrebbe rivisto più. Dietro di lui, in vetta all’Abetone, passavano a 1’55” Bizzi, Diggelmann, Benente, Mollo, Marabelli, Cottur, De Stefanis, Generati e Crippa; a 2’57” Simonini, Canavesi e Rogora, a 3’30” Vicini e Vignoli; a 3’40” Didier; a 4′ Valletti, Magni e Bartali.”, Op. Cit. pagg. 10 -11

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